Analisi bioenergetica e neuroscienze

“La dotazione biologica innata, propria di ciascuno di noi,
costituisce una predisposizione innata ad uno scambio comunicativo,
sostenuto dall’esistenza di un substrato neuronale,
responsabile di un’immediata intesa intersoggettiva
Sinigaglia, Rizzolatti

I neuroni specchio

La ricerca più recente sulla neurobiologia dello sviluppo emozionale sostiene che tutto lo sviluppo postnatale del cervello è influenzato dagli scambi socio – affettivi in via di svolgimento.
Nell’ambito delle ricerche neuroscientifiche sulla regolazione evolutiva delle emozioni, la scoperta dei neuroni specchio ha avuto un ruolo determinante.
Questi meccanismi neurobiologici ci aiutano a comprendere tutta una serie di fenomeni:

  1. Come leggiamo gli stati mentali degli altri, soprattutto le intenzioni
  2. Come entriamo in risonanza con le loro emozioni
  3. Come facciamo esperienza delle loro esperienze
  4. Come riusciamo a cogliere l’essenza di un’azione osservata in modo da poterla imitare, cioè come riusciamo a empatizzare con gli altri e stabilire un contatto intersoggettivo (Rizzolatti e altri, 1996, Gallese 2001)

Scoperti a metà degli anni novanta da un team di ricercatori dell’Università di Parma, guidato da Giacomo Rizzolatti e dal filosofo della scienza Corrado Sinigaglia, i neuroni specchio sono cellule nervose che si attivano quando compiamo una certa azione ma anche quando, stando fermi, osserviamo un nostro simile fare quel movimento. Ogni volta che si osserva qualcuno compiere un gesto quindi, oltre all’attivazione delle aree visive, si ha una contemporanea attivazione di quelle aree del cervello normalmente “accese” quando si svolge quello stesso atto (aree motorie). Pertanto, sia che si agisca sia che si rimanga semplici spettatori, una parte di noi non fa che agire o mimare virtualmente l’azione dell’altro.
È un vero e proprio cambiamento rispetto al modello classico dell’apprendimento. Per decenni ha dominato l’idea che le aree motorie della corteccia cerebrale avessero il solo compito di far eseguire il movimento, senza minimamente occuparsi della fase di percezione né di conoscenza.
Ma i neuroni specchio insegnano che alla base dell’apprendimento ci sarebbe l’azione. In principio, dunque, non era il verbo, ma l’azione. E c’è di più.
Inizialmente, infatti, i ricercatori pensavano che l’attivazione dei neuroni dipendesse solo dall’osservazione di un movimento altrui.
Successivamente hanno capito che il meccanismo riguardava anche le emozioni e le sensazioni tattili provate dagli altri.
È sufficiente vedere un’espressione sul volto o accorgerci che la mano di un altro viene sfiorata, per simulare una sensazione corrispondente all’interno del nostro cervello.
Questo mostrerebbe quanto in realtà sia radicato e profondo il legame che ci unisce agli altri e quanto sarebbe sbagliato concepire una società in cui esista un “io” senza un “noi”.
I ricercatori hanno visto che nella corteccia premotoria del cervello i neuroni si attivano non solo quando viene effettuata un’azione motoria, ma anche quando si osserva qualcun altro fare lo stesso movimento.
I neuroni specchio dunque hanno un ruolo decisivo nell’imitazione che è la prima strategia di apprendimento sociale, ma non solo; intervengono anche nell’empatia umana, ossia nella risonanza emotiva nei confronti di altri esseri umani.
L’imitazione è un atto di fiducia e di apprezzamento nei confronti di un altro preso come modello ed al quale ci si adatta, nel desiderio di essere come lui e con cui condividere i propri stati emotivi. L’imitazione apre la strada alla comprensione dell’altro perché attraverso l’imitazione si fa capire all’altro che abbiamo compreso chi è e che stato d’animo ha; e questo è un importante passo verso la costruzione del noi.
“La risonanza emotiva, a differenza dei processi di mentalizzazione, implica un processo automatico che si attiva ogni volta che incontriamo e guardiamo una persona, che ci fa capire lo stato emotivo e le intenzioni positive o negative …..è una sorta di barometro sociale che ci fa cogliere immediatamente le qualità e l’intensità delle emozioni degli altri” (Ammaniti).
I neuroni specchio quindi hanno qualcosa di ben più profondo della pura rappresentazione motoria, perchè costituiscono un meccanismo che mette in comunicazione l’interno con l’esterno, aspetti personali ed aspetti sociali, cioè una sorta di ponte tra sé e l’altro, alla base dell’intersoggettività.

I neuroni specchio sono la prova della capacità umana di stabilire potenti legami interpersonali “comprendendo gli altri dall’interno, con il corpo oltre che con la mente…..così da far risuonare e rivivere interiormente le esperienze sensoriali, emozionali e affettive dell’altro” (Gallese).
Ovviamente i bambini che non hanno ricevuto una relazione d’attaccamento empatica e sicura hanno un deficit nel funzionamento dei neuroni specchio: ciò è evidente nei bambini autistici, ma anche nei bambini maltrattati o fortemente deprivati, come i bambini migranti non accompagnati che, anche dopo essere stati tolti dalle situazioni traumatizzanti, non sanno rimanere in contatto con le emozioni proprie e altrui.
L’ esistenza dei neuroni specchio è un’ulteriore prova di come il nostro cervello sia differenziato per essere profondamente relazionale. Gli esseri umani sono animali sociali che sono sopravvissuti nel corso dell’evoluzione grazie alla capacità di decifrare espressioni e manifestazioni esterne di stati interni e, i neuroni specchio ci permettono di rispondere in maniera pronta e precisa alle intenzioni degli altri.
Impariamo a capire gli stati interni altrui attraverso gli stati che i neuroni specchio inducono in noi; la comprensione emozionale degli altri è così strettamente legata alla consapevolezza e la comprensione che abbiamo di noi stessi” (D. Siegel).

Quando sentiamo empatia per qualcuno, si attivano per risonanza (una sorta di induzione elettromagnetica) nel nostro cervello, attraverso i neuroni specchio, dei circuiti cerebrali corrispondenti a quelli dell’altra persona, è un meccanismo autonomo che non ha nulla a che fare con il ragionamento: semplicemente il  cervello rispecchia quello dell’altro e, riconoscendo quello che  sente, riesce a sintonizzarsi, sentire e comprendere quello che sente l’altro. C’è un’immedesimazione affettiva con l’Altro pur mantenendo il riconoscimento delle differenze reciproche: riconoscimento dell’eguaglianza pur nelle diversità.

I neuroni specchio sono adiacenti ai neuroni motori e si attivano quando il soggetto si limita ad osservare il comportamento di un’altra persona…. In altri termini, le informazioni visive che  riceviamo quando osserviamo le azioni degli altri, vengono cristallizzate, nel nostro cervello, in rappresentazioni motorie equivalenti, grazie all’attività dei neuroni specchio” (Stern).

Questi neuroni (che appartengono alla corteccia premotoria) mostrano lo stesso livello di attività quando l’individuo allunga il braccio per afferrare un oggetto e quando guarda un altro fare la stessa azione (stesso livello di attivazione se si osserva o se si compie l’azione).
Facciamo esperienza dell’altro come se stessimo eseguendo la sua stessa azione, provando la sua stessa emozione, emettendo la sua stessa voce o percependo il suo stesso contatto fisico (Damasio, 1999 e Gallese, 2001)

Attraverso questa “partecipazione” alla vita mentale dell’altro, possiamo “comprenderlo” e “sentirlo”, in particolare riguardo alle sue intenzioni e ai suoi sentimenti.
Con la scoperta dei neuroni specchio, si è trovato il meccanismo attraverso il quale possiamo provare empatia e riconoscere le intenzioni degli altri, osservando i loro comportamenti e sincronizzandoci spontaneamente con la loro attività cerebrale (empathic attunement di Daniel Stern) . Queste ricerche neurofisiologiche nel campo dell’empatia    sono importanti anche per la validazione delle psicoterapie.
Quando si tratta di comprendere la relazione tra mente e cervello la psichiatria, la psicoterapia e le neuroscienze sembrano avere molti interessi in comune, quali coscienza, emozione, sogni, memoria implicita ed esplicita, impulsi, istinti, controllo, percezione, attaccamenti, piacere e dispiacere.
Tutte queste funzioni considerate fino a qualche decennio fa esclusivamente psicologiche, possono essere viste anche come disfunzioni neurotrasmettitoriali e/o recettoriali.
Ovviamente le neuroscienze hanno strumenti e tecniche per studiare l’efficacia delle varie psicoterapie, quali PET (tomografia ad emissione di positroni), risonanza magnetica funzionale e neuroimagining funzionale. Con tali tecniche si è scoperto, ad esempio, che nel disturbo ossessivo-compulsivo vi è un aumento del metabolismo del nucleo caudato, mentre nei pazienti depressi è ridotta l’attività della corteccia prefrontale.

Una buona terapia bioenergetica opera un’inversione di tali metabolismi cerebrali.  

Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, l’essere umano dipende dall’interazione con i caregivers al fine di imparare a muoversi nel mondo e di comprendere come affrontarlo.
I risultati della ricerca scientifica dimostrano, come già da primi momenti della vita interagiamo con gli altri riproducendo i loro comportamenti (imitazione). Data l’importanza e il ruolo svolti dall’ identità nel costruire lo sviluppo emotivo e cognitivo della mente, è fondamentale investigare da una prospettiva neuro-scientifica, cioè neurofisiologica, i meccanismi funzionali e le basi neuronali che sottostanno alla comprensione dell’identità propria ed altrui.
Ormai sappiamo bene che, la sola osservazione di una azione, induce nell’osservatore l’attivazione degli stessi neuroni specchio che verrebbero  attivati nell’imitazione della stessa azione. E oltre ai neuroni specchio dell’azione, sono stati anche scoperti nella corteccia parietale posteriore, neuroni specchio audio-visivi, attivati  dal solo suono prodotto dal movimento. Ancor più importanti per la bioenergetica sono i neuroni specchio comunicativi nella corteccia parietale, poiché si attivano al solo vedere e sentire le espressioni facciali di emozioni e sentimenti, costituendo quindi la base neurofisiologica della comunicazione sociale.
I neuroni specchio ci consentono di anticipare i bisogni bioenergetici fondamentali del paziente, ricreando la memoria implicita del protomentale che consente di metterci empaticamente nei panni dell’altro e di comprenderne le intenzioni e le emozioni come se fossero le nostre.
Recentemente è stato dimostrato che il sistema dei neuroni specchio è alla base non solo della capacità di riconoscere e comprendere le azioni altrui ma anche le intenzioni che le hanno promosse. Altri studi inoltre suggeriscono che il sistema dei neuroni specchio sia coinvolto, non solo nella comprensione del significato delle azioni osservate, ma si attivi anche durante la comprensione di espressioni linguistiche che descrivono le stesse azioni.
L’azione e il linguaggio non esauriscono il ricco bagaglio di esperienze coinvolte nelle relazioni interpersonali, infatti ogni relazione interpersonale implica la condivisione di una molteplicità di stati quali ad esempio l’esperienza di emozioni e sensazioni.
Gli studi del gruppo di ricerca di Gallese (2004), portano a ritenere che le stesse strutture nervose coinvolte nell’analisi delle sensazioni ed emozioni esperite in prima persona, sono attive anche quando tali emozioni e sensazioni vengono riconosciute negli altri. In altre parole in ogni relazione personale il cervello entrerebbe in risonanza affettiva e sensoriale mediante la nostra memoria implicita, il che indurrebbe reciprocità emozionale ed affettiva e quindi condivisione esperienziale degli stati mentali altrui (embodied identification), come correlato funzionale corporeo dell’empatia. Questa identificazione corporea è anche la base della nostra capacità di comprendere il contenuto esperienziale delle sensazioni dolorose degli altri con cui, in qualche modo, la nostra memoria implicita ha familiarità.
Importanti per il nostro modello scientifico sono i recenti studi di Gibbs che hanno evidenziato come le esperienze relazionali affettive corporee danno la sensazione di abitare il corpo (embodiment) nella misura in cui entriamo nei panni e nella pelle dell’altro , cioè facciamo nostri, incorporandoli, parole pensieri, azioni altrui (per esempio nei film), vivendoli con le sensazioni corporee soggettive della nostra pelle.
Questo embodiment è la base neurofisiologica della Cineterapia (cioè la lettura, l’espressione e la condivisione emozionale, opportunamente guidata, di un film) in cui la SMIAB sta acquisendo ampia esperienza. Anche stando fermi e seduti a vedere un film, gli organi sensoriali percepiscono le emozioni e gli stati d’animo amplificati dalla colonna sonora e degli effetti speciali inducendo l’embodiment, cioè l’immedesimazione emotiva psicocorporea nei personaggi e nelle emozioni delle vicende narrate che elicitano embodiment propriocettivo.

Anche nella relazione terapeutica la sintonizzazione empatica consiste nel fare specularmente l’esperienza corporea delle espressioni emozionali dell’altro in una risonanza intercorporea, senza perdere la propria identità, il che rende possibile continue negoziazioni reciproche.
E’ questo il significato di “essere con” (being with), rimanendo ognuno se stesso ma decisamente arricchito dalla relazione e dalla reciproca condivisione.

L’infant research ha confermato che anche i neonati sono in grado di entrare in risonanza emotiva, leggendo nel volto dei caregivers gli stati d’animo, incorporandoli nel proprio sistema senso-motorio e propriocettivo, e ciò sviluppa esperienze senso-motorie implicite, con cui il Self-analista bioenergetico è in grado di sintonizzarsi empaticamente, riuscendo a  sentire la memoria implicita del bambino sopravissuto nel paziente, come parte di noi.
Questa risonanza empatica tra due inconsci in dialogo è alla base del processo di mentalizzazione.
La capacità innata di incorporare le emozioni dell’altro, mediante rispecchiamento reciproco, è supportata dai neuroni specchio della corteccia pre-motoria, che creano quella risonanza affettiva chiamata attaccamento, transfert ed anche identificazione proiettiva non difensiva ma con interscambio e donazioni di parte del sè.
La mancata sintonizzazione empatica con i bisogni bioenergetici di base, comporta la dissociazione delle due branche del sistema neurovegetativo, simpatica e parasimpatica, e/o la loro iperattivazione contro l’angoscia, mediante il pianto inconsolabile, l’ipertono muscolare, la tachicardia e la tachipnea.
Nella psicopatia per esempio, si ravvisa un deficit di incorporazione che struttura un unenbodied Self, caratterizzato da controllo, criticismo, anaffettività, caratteristiche che comportano operazioni prevalentemente mentali ed un Sé iper-conscio e disfunzionale per la comunicazione non verbale del corpo.
La scoperta dei neuroni specchio è importante per la teoria e la terapia bioenergetica per il fatto che il rispecchiamento, cioè la riproduzione all’interno di noi stessi di uno stato che riproduce quello del caregiver o del terapeuta, induce nei pazienti stati psicologici ed emotivi  che possono aiutare a comprendere meglio le introiezioni e le proiezioni.

Il vero strumento terapeutico della Self-Analisi Bioenergetica è la capacità innata di internalizzare, incorporare, assimilare, imitare ecc., lo stato di un’altra persona ed i neuroni specchio costituiscono la base neurofisiologica di questa capacità, consentendo, attraverso la sintonizzazione empatica, la mentalizzazione o funzione riflessiva, che denota la comprensione del proprio come dell’altrui comportamento in termini di stati mentali (Fonagy).
La mentalizzazione è l’acquisizione evolutiva che permette al bambino di rispondere non solo al comportamento degli altri, ma anche alla sua concezione dei loro sentimenti, aspettative, progetti, credenze, speranze ecc., consentendogli di “leggere” la mente delle persone, rendendo il loro comportamento significativo e prevedibile. La mentalizzazione si sviluppa se il bambino sperimenta i suoi stati mentali riflessi (mirroring) nella mente dei caregivers
Nei disturbi di personalità vi è dunque un deficit di mentalizzazione, come si può con evidenza vedere nel disturbo borderline di personalità in cui si ha sensazioni di vuoto, diffusione di identità, mancanza di empatia, aggressività ed impulsività.
Il massimo grado di deficit di funzione riflessiva e quindi di empatia si osserva nei disturbi dello spettro autistico. Studi sulla sfera affettivo-emozionale di soggetti autistici hanno anche messo in luce come questi abbiano difficoltà nell’espressione facciale delle emozioni e nella comprensione dell’espressione facciale dell’emozione altrui. Costoro, infatti quando osservano le azioni altrui, non mostrano un’attivazione del sistema dei neuroni specchio; per cui i deficit di empatia degli autistici dipenderebbero da un malfunzionamento dei neuroni specchio con un conseguente deficit di integrazione tra la corteccia e le aree subcorticali e un deficit di autoregolazione.

Deficit minori del sistema dei neuroni specchio sarebbero causati da traumi nelle fasi precoci dello sviluppo, a causa di gravi mancanze di empatia dei genitori. Questi deficit possono essere curati attraverso l’empatia del terapeuta, mediante la quale il paziente può scoprire se stesso nella mente del terapeuta.

Anche il più bravo terapeuta del mondo non potrà mai rispecchiare totalmente e fedelmente gli stati mentali del paziente, ma potrà comunque fornire risposte empatiche e congruenti, che stimolano a riflettere e a trasformare, al livello corporeo, l’esperienza deficitaria. Quando la differenza tra i due stati (quello originario del paziente e quello internalizzato dal rispecchiamento empatico del terapeuta) è sufficientemente chiara senza destabilizzare l’identità del paziente, può avvenire il cambiamento.
Si parla di reciproca internalizzazione ottimale, quando due soggetti diversi mettono in comune e rendono reciprocamente compatibili parti o funzioni di sé.

 

Intelligenza emotiva

L’intelligenza emotiva, intesa come capacità di esprimere il Real Self emozionale, è la capacità di riconoscere e distinguere le emozioni, ma anche la capacità di regolare l’emotività sulla base dell’empatia che permette di sintonizzarsi sulle emozioni altrui, ottimizzando le relazioni interpersonali.
L’intelligenza emotiva legge gli stati d’animo, le intenzioni, i desideri ed i bisogni degli altri.
Una vasta letteratura e numerosi studi sui deficit da lesioni del cervello, hanno evidenziato che l’intelligenza emotiva ha sede nell’emisfero destro, la cui corteccia somato-sensoriale è deputata all’elaborazione delle informazioni emotive e sociali.
I centri dell’intelligenza emotiva sono stati localizzati nella corteccia parietale posteriore di destra, nell’amigdala, nella corteccia cingolata anteriore e nel talamo sinistro.

L’amigdala ha un ruolo centrale nel comportamento emotivo e sociale e nel riconoscimento di emozioni dalle espressioni facciali, specialmente la paura, il terrore e il panico.
Deficit nella corteccia orbito-frontale inducono incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni e mancanza di riguardo per gli altri, comportamenti tipici dello psicopatico.
Inoltre, deficit neuronici della corteccia prefrontale, inducono incapacità di dare risposte emotive adeguate a stimoli sociali oltre a discontrollo degli impulsi dell’aggressività, e ciò lo ritroviamo nel disturbo antisociale e psicopatico di personalità.
L’intelligenza emotiva comprende almeno cinque funzioni:

  • Autoconsapevolezza
  • Consapevolezza sociale
  • Controllo dell’impulsività
  • Gestione del rapporto interpersonale
  • Abilità di indurre risposte desiderabili negli altri mediante conoscenza dei propri stati interiori, padronanza di sé, capacità di dominare i propri stati d’animo, stabilità sociale e capacità di mentalizzazione.

Nel cervello destro emozionale (sistema limbico) ha sede l’intelligenza emotiva che è la biblioteca delle conoscenze implicite di precoci esperienze evolutive corporee, mentre nell’emisfero sinistro viene immagazzinata la conoscenza esplicita.
Fondamentale è l’autoregolazione interemisferica dei due processi: dall’alto verso il basso (memoria esplicita e comunicazione verbale) e dal basso verso l’alto (memoria implicita e comunicazione preverbale somatopsichica).
Queste conoscenze ci portano a considerare la carica e scarica indotta dagli esercizi bioenergetici, il cui arousel di attivazione dovrebbe essere contenuto entro una “finestra di tolleranza” o “arousel ottimale”, onde evitare che una iperstimolazione possa ri-traumatizzare o dissociare, mentre un’ipostimolazione possa risultare inefficace, senza arrivare ad una sufficiente profondità dell’esperienza (Klopsteck, 2007).
Le finestre di tolleranza variano da persona a persona per il carico emozionale che comportano, ma anche, in psicoterapia, da seduta a seduta (Siegel).
Radicare un paziente, significa lavorare bioenergeticamente con lui entro la finestra di tolleranza, vera sala parto dove possono venire alla luce, maieuticamente, i cambiamenti ,attraverso la successione di carica, scarica e distensione.

Le sedute di psicoperapia divengono esperienze correttive, che attivano nuove connessioni neurologiche interemisferiche e riorganizzano le strutture limbiche.

Le riflessioni sull’integrazione tra neuroscienze ed analisi bioenergetica portano inevitabilmente a considerare come e in che misura il lavoro corporeo bioenergetico possa influenzare la plasticità dei neuroni specchio e dei loro ricettori, disorganizzando schemi patologici per lasciare spazio a partner neurologici più sani.
Queste prospettive, proposte dalla nostra trainer internazionale Angela Klopsteck, al XIX° Convegno Internazionale di Siviglia nel 2007, comporta una continua rivalutazione delle teorie originarie loweniane, ma anche un’integrazione con le nuove prospettive della psicoterapia corporea. Tutto ciò senza, per questo, diventare eclettici e perdere la propria identità di analisti bioenergetici, ma neanche rimanere in uno splendido isolamento nell’ampio panorama della psicoterapia, in contrasto con il Sé in evoluzione.

Queste premesse aprono un proficuo dialogo tra la clinica Self-Analitica Bioenergetica e le neuroscienze.

La dicotomia tra scienze biologiche e psicologia ha influenzato le teorie etiopatogenetiche dei disturbi mentali e della personalità. La modalità dinamica di formare gli analisti bioenergetici e di trattare i pazienti con la Self-analisi Bioenergetica privilegia i conflitti inconsci e fa leva sulla plasticità del cervello attivato da diversi stimoli ambientali con i quali ogni individuo viene a contatto nelle diverse fasi della vita.
Il superamento della dicotomia mente/cervello porta ad una visione integrata dell’individuo. La biologia molecolare della plasticità sinaptica in risposta a stimoli ambientali e relazionali ha consentito alla psicologia e alla psicoterapia di diventare discipline sempre più rigorose e sperimentali, e, quindi, maggiormente accettate in molti ambiti scientifici.
Nell’organizzare uno studio clinico per valutare e confrontare l’efficacia di diverse terapie farmacologiche e psicoterapeutiche in una determinata condizione patologica è necessario rispettare alcune condizioni: i gruppi di pazienti coinvolti nello studio devono essere omogenei in termini di diagnosi, di gravità e qualità di sintomi clinici. Il trattamento deve essere somministrato con modalità standardizzate per un periodo di tempo prestabilito e uguale per i diversi gruppi, trattamento del quale si vuole valutare l’efficacia. Il ricercatore non deve essere influenzato da pregiudizi, anche se inevitabilmente influenzato dal modello scientifico della propria scuola di appartenenza.

Per questo motivo gli studi clinici controllati sono randomizzati (a ciascun soggetto che partecipa allo studio viene assegnato uno dei trattamenti in esame in maniera casuale), in doppio cieco (né i soggetti in trattamento né i valutatori sono a conoscenza del trattamento che viene effettuato). Per ottimizzare la ricerca occorre prevedere un gruppo di controllo cui viene somministrata una sostanza o un trattamento inerte il così detto “placebo”. Ciò nonostante vi sono grandi difficoltà nell’affrontare la psicologia del profondo e nel valutare i risultati della stessa Analisi Bioenergetica in termini neuroscientifici, poiché l’inconscio non è misurabile direttamente.
Nella situazione clinica la dimensione soggettiva e intersoggettiva sono caratterizzate da una estrema variabilità in continuo divenire nel paziente, nel terapeuta e nella intersoggettività che tra essi si crea e si trasforma continuamente. Pertanto, aldilà delle necessarie standardizzazioni del setting, il percorso analitico rimane un processo unico per certi versi imprevedibile, così come difficilmente sono prevedibili l’andamento e l’atmosfera emotiva di ciascuna seduta, che pertanto è difficilmente confrontabile e misurabile rispetto a sedute successive o con pazienti con uguale diagnosi.
L’incontro tra paziente e terapeuta crea sempre una situazione unica e nessun metodo di osservazione o misurazione per quanto sofisticato può comprendere e valutare l’unicità di un tale incontro e prevederne gli effetti sul piano clinico e su quello umano.
Le neuroscienze hanno dimostrato che per effetto di esperienze relazionali il substrato neurobiologico può cambiare e questi cambiamenti possono essere rilevati e anche misurati mediante le neuroimaging.
I risultati delle più recenti ricerche neuroscientifiche mostrano con chiarezza sempre maggiore che la possibilità dell’individuo di cambiare si basa sulla plasticità sinaptica cerebrale. Questi cambiamenti non sono solo indotti da quello che il soggetto geneticamente è predisposto a diventare, ma qualcosa ancor più unico e specifico che deriva dalla complessa interazione tra il suo patrimonio genetico e il patrimonio di esperienze relazionali di vita (Siegel).
Il programma neurobiologico dell’individuo geneticamente determinato (natura) e le sue esperienze di vita (cultura) agiscono entrambe a livello delle sinapsi modificando i siti recettoriali ed il relativo funzionamento, consentendo di allacciare nuovi collegamenti tra neuroni e/o interrompere quelli precedentemente formatisi.
Nell’ottica del dialogo tra mente e cervello, sono entrambe importanti sia la memoria implicita e quella esplicita; ma quella implicita costituisce gli imprinting senso motori e relazionali come primi mattoni messi a fondamento dell’inconscio.
La memoria implicita riassume gli eventi traumatici che, come traumi passivi non hanno mai raggiunto il conscio; mentre la memoria esplicita è l’inconscio dinamico della psicoanalisi ed è opera della rimozione che attenua o cancella esperienze spiacevoli o traumatiche.

I deficit del Sé, alla radice dei disturbi di personalità, inducono a considerare dei nessi potenziali tra neuroscienze e Self-Analisi Bioenergetica (SAB), alla luce del modello dei traumi passivi intesi come esperienze affettive non fatte nell’ambito dei diritti bioenergetici di base.
Di fronte ai deficit del Self, è importante che il Self-analista bioenergetico sappia utilizzare il contatto visivo come holding, intendendolo come un “primo utero extrauterino”. Tenendo sempre presente che la comunicazione verbale e le interpretazioni non sono sufficienti per limitare o curare gli stati dissociativi incistati nella memoria implicita, perché essi dipendono da alterazioni neurobiologiche prevalentemente dell’emisfero destro (Score 2003, Wilkinson 2006).
Gli interventi della SAB hanno come effetto neurobiologico quello di stimolare l’Area di Broca, la cui funzione principale è quella di facilitare l’integrazione dell’emisfero destro con quello sinistro.
Ma la SMIAB, estendendo le potenzialità dell’Analisi bioenergetica dai Disturbi del carattere anche ai Disturbi di Personalità, dà importanza non solo agli aspetti espliciti degli interventi psicoterapeutici corporei ma privilegia anche e soprattutto gli aspetti impliciti cioè la memoria implicita del corpo.
L’esperienza acquisita con la SAB ci ha convinti che, portare alla coscienza i contenuti inconsci attraverso l’interpretazione della memoria esplicita e del feedback verbale, è un mezzo necessario ma non sufficiente all’approccio degli stati dissociativi correlati alla memoria implicita dei deficit del Self.
La ripetizione del trauma passivo, guidata dalla memoria implicita, induce cambiamenti attraverso nuovi schemi di memoria implicita che rendono possibile la conoscenza implicita che sostanzia una potente carica affettiva e l’accesso ad una nuova area empatica tra il paziente e il terapeuta.
In altre parole, la SAB tende a rimodellare connessioni sinaptiche responsabili di memorie implicite male adattive, integrando funzioni cerebrali diverse, attraverso il ripristino di potenzialità sinaptiche alterate dalle primissime esperienze traumatiche.
L’interconnessione tra circuiti cerebrali, sottesi a processi impliciti ed espliciti, induce livelli crescenti di integrazione tra cognitività, emotività e comportamento.
L’effetto degli interventi bioenergetici della SAB sulle strutture limbiche, estende il contenuto emotivo dell’”hic et nunc” fino alle emozioni oceaniche dell’”illic et tunc”.
Inoltre l’effetto neurobiologico della SAB, incrementando la capacità di mentalizzazione, consente di riconoscere e descrivere, attraverso le emozioni, stati mentali propri ed altrui e di imparare a prevederne i comportamenti.
La regolazione emotiva si avvale di due strutture cerebrali distinte: l’amigdala e l’ippocampo, con le relative connessioni.
L’ippocampo è coinvolto nei meccanismi della memoria esplicita ed è l’”organizzatore cognitivo” che fornisce un contesto ai ricordi.
L’amigdala è l’area cerebrale, ormai ritenuta il vero e proprio trigger emozionale. Si compone di due piccole strutture a forma di mandorla situate nella regione rostromediale del lobo temporale, la parte più profonda del sistema limbico (cervello inconscio) e presiede a tutto ciò che ha a che vedere con le nostre reazioni emotive (Damasio).
L’amigdala ha un ruolo centrale “nella percezione ed espressione delle risposte facciali, nell’apprendimento emotivo e nella regolazione degli stati emozionali” (Siegel) ed ha consentito la sopravvivenza delle specie umana. Le amigdale vengono attivate dall’Autonomic Nervous System che, con le sue connessioni con il sistema endocrino, attiva insieme gli stati somatici di tutte le emozioni.
“La funzione principale dell’amigdala è quella di individuare se l’informazione in entrata sia rilevante o meno per la nostra sopravvivenza: è come il rilevatore di fumo” (van der Kolk). Infatti, elaborando le informazioni in entrata, l’amigdala “decide” istantaneamente se le informazioni in arrivo costituiscano una minaccia per la nostra sopravvivenza. I segnali di pericolo dell’amigdala mettono in azione il nostro corpo (ancor prima di realizzare quello che sta succedendo), innescando il rilascio di potenti ormoni dello stress come il cortisolo e l’adrenalina che aumentano la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e la frequenza respiratoria, preparandoci all’attacco o alla fuga. Saranno poi i lobi frontali e, in particolare la corteccia prefrontale, a ripristinare l’equilibrio, interrompendo la risposta allo stress, con l’osservazione di quello che sta succedendo, abbinando la capacità di prevedere e di compiere azioni consapevoli, organizzando e modulando le reazioni automatiche programmate dal cervello emotivo.
Questa capacità è dunque fondamentale per preservare le relazioni con gli altri esseri umani, perché ci consente di sentire noi stessi e gli altri e, dunque, anche di provare empatia.
Ovviamente il fondamentale equilibrio tra amigdala ed i lobi frontali vacilla o salta completamente in presenza di traumi e forti stress (DPTS).

L’amigdala è già sviluppata alla nascita per cui le esperienze fatte in epoca neonatale non possono essere rimosse, e attraverso i neuroni specchio facciamo esperienza dell’altro come se stessimo eseguendo la sua stessa azione, provando la sua stessa emozione, emettendo le sue stesse voci o percependo il suo stesso contatto fisico (Damasio,  Gallese, 2001)
Attraverso questa “partecipazione” alla vita mentale dell’altro, possiamo “comprenderlo” e “sentirlo”, in particolare riguardo alle sue intenzioni e ai suoi sentimenti, per questo l’atteggiamento, le parole, le espressioni facciali, la comunicazione empatica del Self-analista bioenergetico, toccano i livelli più profondi dell’intersoggettività, modificando anche l’attivazione di diverse aree del sistema limbico. Infatti la dotazione biologica innata, propria di ciascuno di noi, costituisce una predisposizione innata ad uno scambio intersoggettivo comunicativo, scambio che, come dimostrano i più recenti studi nel campo delle neuroscienze, è sostenuto dall’”esistenza di un substrato neuronale responsabile di un’immediata intesa intersoggettiva” (Sinigaglia, Rizzolatti 2006).
Un essere umano viene al mondo in seguito ad un atto d’amore e può crescere sano ed equilibrato solo all’interno di una relazione d’amore. Una madre quando allatta il suo bambino dona generosamente, senza aspettarsi nessun riconoscimento, perché la maternità la predispone a desiderare e fare il bene del figlio e quindi anche degli altri. Questo perché è inondata di ossitocina, induttrice insieme alla prolattina e agli oppioidi endogeni, di attaccamenti affettivi ( prendersi cura sia della sopravvivenza individuale che della specie). L’ossitocina riduce perciò le tendenze aggressive e lo stress da separazione facilitando le relazioni sociali, il contatto fisico e l’intimità; per questo l’ossitocina si è rivelata essere un ormone antistress, e quindi ansiolitico, perché diminuisce il dolore psichico e aumenta l’empatia.

La più importante ricerca che la SMIAB sta portando avanti nell’ambito delle neuroscienze è aver scoperto che l’ossitocina, che attiva il comportamento materno di attaccamento, sicurezza e protezione, fondamentale nello sviluppo individuale e negli adattamenti sociali, è la molecola dell’amore, dei comportamenti prosociali e quindi della morale.

Sebbene la SMIAB stia proseguendo nelle sue ricerche sperimentali per valutare i meccanismi neurobiologici alla base dell’efficacia clinica della SAB, per quanto finora accertato, i processi e la memoria implicita dei difetti del Self, anche se non verbalizzabili, hanno una forte valenza terapeutica nel trasformare l’esperienza sensomotoria in pensiero.
Le esperienze emozionali lasciano tracce mnestiche nei circuiti neurali dotati di plasticità potenziale. Queste tracce costituiscono la memoria esplicita, necessaria per l’apprendimento e per richiamare alla coscienza e riorganizzare tra loro, associazioni di nuove tracce mnestiche, inglobando nuove esperienze emotive, anche queste registrate esplicitamente, a costituire l’inconscio dinamico o rimosso che, nell’ippocampo, giunge a maturazione non prima del secondo anno di vita.
Invece, la memoria implicita precede il meccanismo della rimozione ed ha a che fare con esperienze affettive e sensoriali perinatali molto precoci (voce e odore della madre, modi con cui la madre tocca, guarda e parla al bambino con il proprio inconscio implicito).
Quando i deficit impliciti sono prevalenti sulla memoria esplicita, l’individuo viene depauperato delle esperienze esplicite e ciò diviene un fattore perturbante della realtà esterna.
La memoria implicita non richiede la partecipazione della coscienza essendo essenzialmente somato-sensoriale e quindi, poco o per nulla, soggetta all’elaborazione verbale e cognitiva.
Il fatto che, gli elementi della memoria implicita, costituiscano i primi mattoni messi alle fondamenta dell’inconscio apre il problema etico, prima ancora che scientifico, di non danneggiare la natura umana con una cultura che non tenga presente la fisiologia dell’implicito.

Per questo la Self-analisi Bioenergetica lavora profondamente sulle cosiddette emozioni morali che (a differenza delle emozioni di base, che derivano da sentimenti, percezioni, esperienze che hanno rilevanza per il Sé), sono emozioni complesse, perché legate non solo al benessere individuale ma a quello di tutta la società, sono evocate da circostanze che travalicano gli immediati interessi del Sé e sono fondamentali per la costruzione dei legami e della coesione di gruppo.